
L'abitato di Montella è sovrastato dai resti del castello longobardo.
Fortilizio romano e poi castello longobardo, la struttura si erge su di un monte (da qui il nome "Castello del Monte") che domina la cittadina di Montella, la quale è situata nella valle ai piedi delle montagne.
All'interno della cinta muraria gli scavi archeologici, diretti dal prof. Rotili, hanno rinvenuto anche una necropoli i cui arredi funerari sono oggi conservati nel Museo Irpino di Avellino.
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Approfondimenti a cura del prof. Marcello Rotili: Storia e caratteristiche del castello del Monte.
L'abitato di Montella è sovrastato dai resti del castello del Monte, eretto sulla cima dell'omonimo colle. Le ricerche archeologiche, condotte dal Dipartimento di Discipline Storiche dell'Università di Napoli Federico II dal 1985 al '92, sotto la direzione di chi scrive, hanno chiarito che si tratta di un complesso pluristratificato, con fasi d'impiego dal VI-VII secolo al XX, nelle quali s'identifica gran parte della storia del centro altoirpino.

Ciò vale in particolare per il periodo fra VI -VII e XIII -XIV, allorché l'insediamento montellese si sviluppò essenzialmente entro l'area murata del «Monte», ove la popolazione aveva trovato riparo nei frangenti dell'occupazione longobarda del territorio meridionale.
La fase di VI -VII, cui si riferiscono le case rinvenute nella rasola 1 e nell'ambiente P del palatium, si caratterizza per l'uso agricolo dell'area da parte di quanti avevano preferito l'insediamento accentrato su un'altura all'insicurezza del fondovalle. Attuata l'integrazione fra longobardi e romani, la funzione produttiva viene confermata nell'agosto 762 dal giudizio relativo al servi di Prata pronunciato da Arechi II a favore dell'abate di S. Sofia di Benevento, Maurizio «in curte n(os)tra que vocatur montella», ovvero «in nominata curte nostra montellari».
Il giudicato costituisce la prima menzione dell'insediamento, che avrebbe assunto connotati di centro amministrativo e militare entro la metà del IX, in rapporto all'istituzione del gastaldato e alla posizione di confine fra i domini di Radelchi e Siconolfo in cui la località venne a trovarsi dopo l'849, a seguito della divisione dello stato beneventano nei principati di Benevento e Salerno. Il caso di Montella conferma il frequente passaggio dalla curtis al castello, da intendere nella circostanza come un centro fortificato in cui una situazione di urbanesimo di villaggio integra le strutture della residenza signorile e l'impianto militare del sito; del resto questo lascia intendere il documento del 1001, riguardante Orso, figlio di Guiselperto «de civitate montella».

La fase di IX -XII secolo si caratterizza dunque per la recinzione dell'area strutturata lungo le pendici del Monte, per gli impianti sia difensivi che residenziali che inducono a riconoscere nel castello (più volte rinnovato) la sede del gastaldo testimoniato dal trattato di divisione fra Salerno e Benevento e, nella sottostante area murata (circa 3 ha), il villaggio fortificato sorto sulle strutture del precedente insediamento di VI-VIII. 1,0 scavo ha evidenziato i resti di abitazioni e la necropoli impiantata tra fine X e XI in una zona (caratterizzata già nel VI-VII dall'impiego sepolcrale), che viene abbandonata a seguito dei danni provocati dal terremoto del 25 ottobre 989. Le distruzioni testimoniate dai rinvenimento provocarono il restringimento dell'abitato alla parte alta del sito, le cui funzioni di centro della distrettuazione amministrativa del principato longobardo di Salerno in alta Irpinia, sul confine con il territorio beneventano, appaiono in declino alla fine del X secolo per l'intervenuta trasformazione del gastaldato in comitato che una cartula del 999 attesta nel menzionare Landolfo «de comitato Montellense».
Nella Longobardia minore la formazione di una nuova signoria territoriale, quale il comitato, segna in quel periodo, in senso autonomistico, la sorte degli oltre quaranta gastaldati meridionali, il cui frazionamento contribuisce alla dispersione del potere statale nelle mani di un ceto nobiliare in parte nuovo, che trae dai patrimoni fondiari di recente acquisizione il sostegno economico e politico. La costituzione del comitato, nel rispondere ad un fenomeno di ordine generale, contribuì verosimilmente alla ripresa dell'insediamento montellese dopo il sisma del 989, per il dinamismo econormico che è proprio delle nuove formazioni politico-sociali e per un riscontro che il nuovo ceto dirigente poté trovare, nonostante tutto, nel territorio da tempo strutturato per la produzione.

Il castello vero e proprio è costituito dal donjon, ubicato sulla sommità del colle a quota 833,96 m s.l.m, e da due circuiti murari. Di forma cilindrica e scarpato, il donjon, è realizzato, come tutte le strutture del castello, con conci di calcare locale sbozzati e legati da abbondante malta. Privo della copertura, che era strutturata sulla volta ribassata dell'ultimo livello, risulta articolato su quattro piani (terzo e quarto abitati; destinato a dispensa, il secondo, che risulta strutturato su due vani; adibito a riserva idrica, il primo, che è occupato da una grande cisterna). L'accesso avveniva mediante una scala o passerella in legno, che raggiungeva la porta, posta al terzo livello, ove sono il servizio igienico, il lavabo e due grandi camini con canna fumaria costruita in opera nel muro d'ambito.
La scala ricavata in spessore di muratura conduce al quarto piano, dove si trovano il forno con rivestimento in laterizi e la scala a chiocciola che consentiva l'accesso alla copertura.
Per le caratteristiche architettoniche il donjon ricorda le torri del castelli di Rocca San Felice e Castelcivita, risalenti la prima al XII-XIII secolo, l'altra alla fine del XIII. La scala in muratura che dal terzo livello conduce al quarto è molto simile a quella presente in una delle torri del castello di Cancello.
Nel circuito murario che ingloba il donjon sono presenti due aperture (a sud-est e a nord); la prima costituisce l'accesso più antico, dal momento che l'altra è connessa alla costruzione del circuito murarlo esterno, nel quale si apre la seconda porta, con arco a tutto sesto e rivellino esterno a forma di «elle». I muri di cinta sono dotati di camminamento di ronda con merli, parzialmente nascosti alla vista da una soprelevazione; due torri sorgono ai lati della porta sud-est; la prima è semiellittica e scarpata, mentre l'altra, a pianta rettangolare, appare articolata su due livelli, ricavati nello spazio tra le due cinte murane.

Il piano inferiore, voltato a botte, era adibito a cisterna, mentre quello superiore era abitato, come si evince dal servizio igienico con sguscio esterno, strutturato in spessore di muratura. Presso quest'ultima torre, lungo il lato nord-ovest della cinta muraria esterna, sono i resti del palatium che, tra XIII-XIV e XV secolo ospitò i feudatari di Montella. Il fabbricato era articolato su due piani (ognuno diviso in tre ambienti), grazie ad un solaio su travi di legno sostenute da mensoloni in pietra. Lo scavo ha portato in vista i resti della decorazione a fresco del piano superiore e i resti di un'abitazione con focolare (costituito da pietre in circolo), relativi alla fase di VI -VIII secolo.
Tratti del recinto fortificato di IX secolo sono stati individuati nel castello e in varie rasole: per esempio nella rasola 3, situata sul versante settentrionale, ove, al di sotto dei resti di un edificio a due vani, distrutto in connessione con la realizzazione del terrazzamento (XIII -XIV secolo), con le murature di cinta di IX secolo, è stato trovato un ambiente seminterrato destinato alla conservazione di derrate alimentari. La necropoli è stata scavata nelle rasole 4 e 5, presso la cappella di S. Pasquale (nota anche come S. Marco); è costituita da inumazioni nel terreno e da tombe in muratura che, solo in pochi casi, hanno restituito elementi di corredo (fibule, orecchini). Risulta abbandonata già all'atto della costruzione della strada di accesso al castello (XIII -XIV secolo) che coprì una cisterna di impianto rettangolare, riutilizzata a scopo funerario.

Il donjon, nonostante la preminenza assunta dal palatium nelle funzioni residenziali nel corso del XIV, venne utilizzato con continuità fino alle soglie del XVI secolo, comunque non oltre fino alle soglie del XVI secolo, comunque non oltre il periodo d'impiego del palatium, risultato inadatto alla residenza dei Cavaniglia alla metà del XV secolo, tanto che essi si spostarono nel centro abitato di Montella. L'ultimo ospite illustre del castello potrebbe essere stato Alfonso il Magnanimo, per il quale il conte Garcia Cavaniglia organizzò nel 1445 una memorabile caccia nei boschi del massiccio del Terminio. Nella seconda metà del Quattrocento il casale del «Monte», cresciuto nel corso del medioevo intorno alla fortificazione, subì un graduale processo di spopolamento. Nel 1469 i suoi abitanti erano diminuiti rispetto ai tempi di Alfonso d'Aragona e agli inizi del XVI secolo il castello fu definitivamente abbandonato a seguito alla spedizione di Lautrec del 1528.
Nell'Inventario dei Censi & San Francesco, redatto nel 1532, il «castello» o «rocchetta», che era sempre comparso al primo posto nell'elenco dei casali montellesi non è riportato, a testimonianza del suo definitivo abbandono; mentre nel 1544 viene descritto come «diruto» in un atto del notalo Paolo Gargano, parzialmente trascritto in uno strumento rogato il 2 marzo 1604 da Salvatore Prudente.
Alla fine del XVI secolo nella parte bassa dell'area murata venne costruito il convento di Santa Maria del Monte, che ospitò prima i frati minori, poi i riformati.
Le fasi dal XVI in avanti riguardano l'impiego del sito da parte del religiosi (durato fino al primo quarto del XX), degli sfollati durante la seconda guerra mondiale e di individui isolati fino all'inizio delle ricerche e al restauri condotti in conseguenza di queste.
Approfondimenti a cura del prof. Giuseppe Marano; Un antichissimo sistema difensivo: il castello della rotonda.
Sui castelli del gastaldato di Montella non esiste a tutt'oggi uno studio sistematico e per così dire definitivo, per cui la fonte più attendibile per documentazione ed impianto scientifico resta l'opera dello Scandone (L'Alta Valle del Calore) il quale fissa nell'849 l'anno determinante del riassetto politico e territoriale del gastaldato di Montella, che "con tutti i suoi castelli" viene assegnato al Principato di Salerno a seguito appunto della divisione del Ducato di Benevento in due Stati indipendenti: il Principato di Benevento e quello di Salerno.
Quindi Montella con i suoi castelli costituiva un sistema difensivo di estrema importanza sia perché collocato a guardia di confini di Stato, sia perché in posizione strategica, dominanti assi viari obbligati costruiti dalla natura prima, e sfruttati e consolidati dall'uomo poi. Basti ammirare da un picco elevato il maestoso anfiteatro della Valle del Calore per individuare questi punti cruciali di passaggio di ieri e di oggi: lo spartiacque di Nusco a nord-est, ed il valico di Cruci d'Acerno a sud-est. Non per nulla a guardia del primo passaggio, dalla valle del Calore a quella dell'Ofanto, sorgevano due poderosi bastioni: il Castello di Nusco e quello di Oppido (il secondo testimoniato solo dal toponimo, il primo dai ruderi visibili sulla sommità del paese).
Lo Scandone ricorda opportunamente altri fortilizi, ma a noi preme soffermare l'attenzione sui punti, non a caso "cruciali", dei due "colli di bottiglia" ricordati. Il valico di Cruci d'Acerno era dominato dal castello della Rotonda sul quale ci soffermiamo perché ingiustamente poco conosciuto. Infatti esso è stato per così dire nobilitato e reso famoso nella storia da un memorabile fatto d'arme di cui fu teatro o meglio ... "vittima" nell'anno 1076. Sulla base di una sicura ricostruzione storica il castello venne cinto d'assedio e distrutto da Roberto il Guiscardo, diretto alla conquista di Salerno, dove il cognato Gisulfo resistette per ben sette mesi, difendendosi strenuamente al riparo della torre maggiore del Castello di Arechi, che ancor oggi si ammira nello splendido restauro affidato dalla Provincia alla Soprintendenza.
Intelligentemente il condottiero normanno voleva liberare le "montuose spalle" a nord di Salerno dalle minacce più pericolose: la più temibile era costituita per l'appunto dalla poderosa presenza di quel fortilizio longobardo che costituiva, integro, una terribile lancia puntata alle spalle.
Quei miseri resti di mura, pur mastodontiche, se ben si osserva, riecheggiano la musica maliosa di un passato che va onorato e non dissacrato nell'abbandono più bieco ed ottuso per quelle poche preziose reliquie in balia dell'implacabile e spietata consunzione del tempo. Anche noi per rendere omaggio al luogo e minimamente "compensarlo" della immeritata incuria, ci siamo recati con un gruppo di scolari in una breve escursione. Abbiamo constatato innanzitutto che quello che resta del fortilizio - con tutta la collina, a forma di cono perfetto, su cui sorge, cade in proprietà privata. I fianchi del colle sono impietosamente feriti da una strada che li incide fin sulla cima. I ragazzi stessi consideravano che se quelle "quattro pietre" le avessero avute gli Svizzeri o i Tedeschi, avrebbero avuto ben altro trattamento. Comunque le mura perimetrali sono ancora esistenti, qualche blocco è rotolato a valle. Visibili i fori di "emplekton" che li attraversano in tutto lo spessore e che hanno consentito la datazione coeva al tempo del Castello del Monte di Montella. Questi fori testimoniano l'antica presenza di tiranti lignei (ovviamente dissolti col tempo) che fissavano le fiancate delle "casseforme" in cui si versava la malta mescolata a pietre: infatti sono visibili sulle fiancate di vari castelli della zona. Dall'alto si ammira un panorama unico: si tiene sott'occhio a sud-ovest il valico di Croci d'Acerno, vicino; l'antica strada vitale di comunicazione dal Tirreno all'Adriatico che si snoda a mo' di collana dal valico e corre da un lato lungo il versante di Montella dall'altro lungo quello di Bagnoli, per ricongiungersi poi al valico di Nusco nei rami principali. In quest'ultima direzione si vede pure biancheggiare Bagnoli.
Certo sarebbe auspicabile un più degno destino per questo angusto fortilizio che può infondere ancora in chi non ha perduto definitivamente la capacità di ascoltarla, la sua antica voce.
Un aspetto poco trattato o addirittura lasciato in ombra dagli storici, ma non meno interessante e senz'altro più suggestivo degli altri, è senz'altro quello della comunicazione in codice, a distanza che intercorreva tra i vari castelli collegati in un sistema di controllo del territorio estremamente efficace. Dalle nostre dilettantistiche osservazioni condotte sul campo durante escursioni, abbiamo potuto rilevare che tutta la zona corrispondente grosso modo al Ducato Longobardo beneventano e successivamente ai Due Principati (di cui si coglie un'eco nell'intitolazione della strada nazionale omonima, l'Avellino-Salerno) era "geometricamente" sottoposta ad un vigile controllo dall'alto da un sistema di castelli dislocati ad una costante distanza ed in postazione strategica (queste due esigenze erano normalmente egregiamente contemperate). Quindi il nostro territorio era vigilmente scrutato da penetranti, invisibili "occhi d'aquila" annidati sulle alture.
Questa impressione può essere suggestivamente verificata considerando almeno due di questi manieri: quello di cui abbiamo già discorso, della Rotonda e quello del Montella. Se si percorre il tratto d'Ofantina da Montella a Nusco, quella collina sormontata dalla Rotonda emerge e spicca come un cono perfetto nella "forcella" dei due versanti di Croci d'Acerno: a veder bene, sembra un mirino d'un fucile puntato lungo tutto il raggio dell'Alta Valle Calore: un esercito ostile proveniente dalla valle dell'Ofanto, sarebbe stato subito avvistato e segnalato. Come? Ebbene qui ci soccorre nientemeno che Dante in ben due punti del Poema Sacro: Inferno, canto VIII, vv. 1-6 e canto XXII, v. 8, laddove si accenna esplicitamente a: ".cenna di castella". Nel passo precedente infatti lo spaurito pellegrino Dante, oppresso dalla tenebra infernale, vede accendersi un lumicino da una torre vicina, cui risponde da lontano un'altra fioca accensione. Certo quel barlume di luce rischiara un po' la tenebra spessa della paura, ma è una breve illusione perché in realtà piomba immediatamente sulla scena l'orribile guardiano infernale Flegiàs, richiamato appunto da quei segnali di fuoco. Non molto dissimili da questi dovevano essere le comunicazioni visive su codice convenzionale tra castello e castello: il "telegrafo ottico" di cui si è perduto il segreto: di giorno avvenivano "a specchio", di notte con candele o torce...
Nel torrione del Castello del Monte forse abbiamo individuato la finestrella delle segnalazioni che "incornicia" perfettamente il castello frontale di Bagnoli Irpino: è stata una suggestiva scoperta. Come segnalava a Montella la vedetta della Rotonda, un eventuale assalto dalla valle del Sele, essendo Montella preclusa alla vista dal massiccio del Salvatore? La triangolazione ottica avveniva con Bagnoli Irpino, ma non direttamente, riteniamo, in quanto, almeno a quanto abbiamo potuto constatare, il Castello di Bagnoli (non quello Cavaniglia - più recente -) non è visibile dal fortilizio, allora era necessaria la mediazione di un segnalatore intermedio, quale poteva essere uno dei tanti "Turricieddri" che sorgono ancora diruti intorno al paese. Uno di questi, in ampia posizione dominante, è stato con ogni probabilità da noi individuato su uno sperone roccioso in prossimità delle sorgenti del Muliniello.
In questo tipo di ricerca la fantasia deve supplire la carenza di precise basi documentali secondo la categoria, nobilitata dal Manzoni, del verosimile ove convive l'invenzione e l'aderenza alla realtà dell'epoca ricavata da un riscontro su vari piani analogici culturali ambientali, architettonici, toponomastici, letterari. Si tratta di una prospettiva particolarmente creativa e pertanto stimolante e gratificante la ricerca dei ragazzi in specie, che avvertono la storia come "una bestia nera". Un ragazzo ad esempio, a conclusione di un nostro discorso sui castelli e la loro funzione strategica di controllo del territorio, ha rilevato, con piacevole sorpresa per noi, che il Castello del Monte, non a caso è stato costruito su quella posizione dominante: infatti esso dominava oltre che direttamente e materialmente l'arteria che via Monte-Verteglia, portava a Serino-Salerno-Avellino (biforcandosi) Napoli, controllava "visivamente" anche l'importantissimo nevralgico valico di Croci che infatti si domina dal Castello. Inutile sottolineare la portata viaria di questo nostro valico. Molte altre congetture pertinenti o no - non si può giurare, ma comunque dotate di un minimo di razionale plausibilità - si possono affacciare
Ad esempio tornando al nostro fortilizio della Rotonda, il nostro gentile accompagnatore Sig. Ferruccio Bosco ci ha informato che i ruderi di una costruzione un po' discosta e sottoposta al fortilizio, sono di una Chiesa e così comunemente si ritiene, secondo forse una tradizione orale, perché di documentario a riguardo non c'è nulla. Ebbene, noi osservando l'assetto geomorfologico della zona, propendiamo per un'altra ipotesi: che si tratti di un avamposto di guardia, sorta di corpo avanzato o rivellino a maggior protezione lungo la direttrice sud-est della fortezza. Se non vogliamo andar molto lontano, basta considerare che la Chiesa o Cappella del Castello generalmente era costruita all'interno del castello o della cortina muraria. L'ipotesi più probabile invece è che si tratti di un avamposto strategico, o rivellino a guardia del vallone sottostante non visibile dall'alto della Rotonda.
La natura sin dall'inizio, ha offerto all'uomo come strade naturali, appunto, le vallate, che hanno per così dire "catturato" il suo passaggio, come un corso d'acqua... Possiamo dire che anche le strade subiscono col tempo una metamorfosi; strada, "stratula" ('piccola strada), tratturo, carraro, via regia; cambiano i nomi, i suoni, i "flatus vocis", ma anche la struttura (basti confrontare qualche raro frammento superstite dell'Appia Antica, con quella attuale!), ma la strada o le strade, sempre di lì passano: dove il passaggio lo ha imposto la natura! E' il caso di dire che la storia si ripete, anche in questo specialissimo caso, perché la sostanza delle cose rimane la stessa al di là dei cambiamenti "superficiali"; si ripete perché "le vene di fondo" attraverso cui passano gli uomini, non solo col fardello fisico; le strade sono sempre lì. Una di queste costanti era appunto l'obbligatorietà del passaggio. Allora nel tardo periodo longobardo, inizio normanno. intorno all'anno cruciale per il destino dei nostri castelli e dei loro signori, cioè il 1076, allora dicevamo, come dopo mille anni circa, passava una strada maestra, anzi un fascio di strade che si unificavano necessariamente in quel punto obbligato: nel valico di Cruci di Acerno, per diramarsi nella Valle del Calore, una volta superata la stretta. Ebbene lì era indispensabile un presidio, e la collina conica della Rotonda, sorgente a ridosso, era un formidabile "guardiano" designato dalla natura. Non a caso lì, i Longobardi "segnarono i loro riguardi", eressero il poderoso fortilizio chiamato Rotonda, non tanto da una improbabile e non attestata torre cilindrica, quanto da tale conformazione che assumeva vista da lontano la struttura difensiva.
I Longobardi la difesero strenuamente tentando di sbarrare il passo a Roberto il Guiscardo che, come abbiamo visto, con un agguerritissimo esercito marciava contro Salerno dove il cognato Gisulfo resisteva al sicuro della "turris maior' (torre maggiore) del Castello (ora detto di Arechi) che costituiva l'ultimo poderoso baluardo della resistenza longobarda in Italia Meridionale. Con la sua incontenibile onda d'urto il Guiscardo spazzò via la nostra Rotonda dopo aver messo a ferro e fuoco Conza della Campania e S. Agata di Puglia distruggendo i rispettivi castelli.
Dopo un millennio, meno qualche anno, discendenti di quell'antico ceppo germanico, i Tedeschi, sbarrarono nuovamente quel valico, sistemandosi a riparo delle mura perimetrali (quel che restava) della Rotonda, per contrastare la straripante avanzata della va Armata Americana del Gen. Clark, che procedeva lungo l'attuale nazionale: Bellizzi, Montecorvino, Acerno, Montella. Ecco che le strade s'incontrano nella storia. Ed anche gli uomini. Allora, nel 1076, come dopo un millennio, il nostro "povero volgo disperso che nome non ha" (che tanto faceva penare il buon Manzoni, e non solo lui), faceva da spettatore smarrito all'urto fra giganti. Eserciti stranieri si scontravano ferocemente sul nostro suolo allora come ier l'altro, Longobardi contro Normanni, Tedeschi contro il nucleo anglosassone di Americani ed Inglesi, parenti stretti del Nord. Da una testimonianza indiretta abbiamo potuto ricostruire l'ultimo scontro bellico alla Rotonda, quasi che il vetusto fortilizio non si rassegnasse alla definitiva estinzione per mano di Roberto il Guiscardo... ma volesse prendersi una rivalsa dopo un fiume d'anni... Ebbene il padre di un alunno che frequentava qualche anno fa la scuola media di Bagnoli Irpino ci ha raccontato che agli inizi degli anni '50 era degente presso l'ospedale di Torino. Quivi conobbe un americano che era stato a Bagnoli nell'ultima guerra. L'ex combattente gli raccontò in particolare che le schiere avanzate dell'armata furono inchiodate sul valico di Croci da un preciso, terribile fuoco d'interdizione proveniente dall'altura di fronte che era la nostra Rotonda.
Solo dopo un tremendo cannoneggiamento dalle retrovie, quell'accanita resistenza venne neutralizzata e le sue truppe ebbero via libera per Bagnoli Irpino. Il militare americano, che era un capitano, non sapeva se i tedeschi si erano ritirati strategicamente o ci avevano rimessa la pelle lassù. Non aveva potuto soddisfare tale curiosità. Certo è almeno curioso (non diciamo suggestivo, trattandosi di guerre che escludono "a priori" questo edificante aggettivo) notare questo reticolo impalpabile di fili che legano l'ieri alloggi, lungo cui corre intrecciandosi continuamente la chimerica corrente della vita. Un'altra piccola analogia tra i due termini storici di confronto: il 1076 Roberto il Guiscardo non poteva lasciarsi quel cuneo ribelle alle spalle del nostro fortilizio, magari aggirandolo; così pure mille anni dopo, gli Americani non potevano lasciare integra dietro di loro quella micidiale minaccia, 'bypassando" lateralmente, come si dice oggi, il fronte della Rotonda. Questo passato che ritorna sotto mentite spoglie è stato da noi ulteriormente riscontrato in un'escursione in un'altra suggestiva località, non lontana, lungo la stessa direttrice Montella-Salerno. Non a caso abbiamo detto "suggestiva": oltre al magnifico aspetto paesaggistico, il toponimo ci ha "suggerito" l'escursione.
Si tratta di una sommità montana, caratterizzata da un enorme blocco calcareo che a mo' di immane torre sovrasta l'alto Tusciano ed in particolare le due direttrici viarie convergenti sempre nel nostro "collo di bottiglia" di Croci d'Acerno: il nome riportato sulla cartina dell'I.G.M. è tutto un programma: Toppo Castello. Ebbene quel nome ci ha instillato la curiosità, ci siamo inerpicati ed abbiamo guadagnato una cima ed un panorama sorprendenti. Non solo, ma "desiderata sorpresa", abbiamo rilevato e filmato (a disposizione per pochi, autentici "amatori"!) inequivocabili vestigia di un antico fortilizio la cui tessitura muraria presentava uno stile del tutto simile a quella del Monte e della Rotonda, c'erano pure i nostri fori da "emplekton". Un altro bandolo di quel filo sottile della memoria e delle cose, che supera il baratro di un millennio, l'abbiamo trovato ancora lì, sulla cima di quel roccione squadrato (che dal lato sud cade vertiginosamente a piombo nella gola del Tusciano): raccogliamo qualcosa da terra, ci accorgiamo subito che è un piccolo cimelio: un bossolo annerito ma in perfetta conservazione, affiorante dal terreno, sul cui fondello circolare, una data, 1942, ed una "W" (Wermacht: Esercito tedesco).
Anche lassù dopo un millennio tornò il nordico invasore delle nostre terre a scrutare l'orizzonte con strani "apparecchi agli occhi ed alle orecchie" che portavano la voce da enormi distanze... Quel bossolo era il nostro "cartuccio" col quale costruivamo le pistole che sparavano davvero, il grilletto era costituito dalla molletta o "pizzicaròla". Qualche volta saltava tutto e qualcuno rimaneva cieco, ma anche noi avevamo diritto alla nostra piccola guerra.
Le nostre montagne custodiscono itinerari preziosi (le vene del tempo) dove storia e natura si incontrano in un sublime connubio; in esse, come nel cavo di un'immensa conchiglia, è racchiusa la voce del passato che si concede al caro "innamorato", che sa ascoltare.